Lasciato a morire nel catrame Lasciato morire nel catrame perché randagio dal veterinario (e da chi lha chiamato)

A Sambatello, frazione di Reggio Calabria, un cane è finito per sbaglio dentro ad un fusto di catrame e ci è morto dentro. Così scrivendo, sembra ‘solo’ un tragico incidente.

In realtà è un ‘animalicidio’ colposo. Perché il cane non è morto da solo, tra le più atroci sofferenze, ma ha avuto degli spettatori inermi.

In primis, coloro che si sono accorti del randagio che guaiva ed abbaiava e, anziché tirarlo fuori con ogni mezzo, hanno chiamato le forze dell’ordine e l’Asl.

Poi, le forze dell’ordine che non hanno risposto alle continue telefonate (così raccontano le testimonianze).

E che dire del veterinario dell’Asl, giunto sul luogo dopo l’insistenza dei presenti, che ha deciso di non intervenire perché la povera bestiola non aveva il ‘microchip’, decretandone la morte certa?

Insomma, una vergogna disumana elevata alla terza.

Concordando con l’onorevole Michela Vittoria Brambilla che ha chiesto l’intervento della magistratura “per individuare i responsabili ed accertare eventuali estremi di reato nei comportamenti omissivi di Asl e polizia locale“, il triste ed iracondo pensiero che deriva da questa bruttissima faccenda è l’assurda e aberrante indifferenza di coloro che hanno partecipato al dolore dell’animale senza agire e di conseguenza senza alcun rispetto per la vita in quanto tale.

Di certo il veterinario dell’Asp merita quantomeno la radiazione dall’Ordine di appartenenza ma coloro che hanno assistito alla scena avrebbero potuto salvarlo con le proprie mani, anziché aspettare l’aiuto (che non è poi arrivato) delle forze dell’ordine e dell’Asl.

Ma che paese è il nostro se si rimane inerti di fronte alle sofferenze del migliore amico dell’uomo?

 

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