Nel corso antecedente al mio colloquio davanti ai consiglieri dell'Ordine dei Giornalisti di Sicilia, prima di essere iscritto all'Albo dei Pubblicisti (gennaio 2013), ricordo con precisione che si disse che un giornalista non può registrare di nascosto, con audio o con video, chicchessia. In pratica, il giornalista dovrebbe informare preventivamente l'interlocutore sulla registrazione. Ecco perché non sono affatto sorpreso su ciò che contiene la riforma del processo penale per quanto concerne le intercettazioni. È vero che un divieto simile impedirebbe di fatto a trasmissioni televisive come "Le Iene" o "Striscia La Notizia" di realizzare servizi dove i protagonisti sono ignari di essere ripresi. Ora, qui non è una questione di essere d'accordo o meno su questa proibizione: perché certi "scoop" non si potrebbero dimostrare se non attraverso le registrazioni audiovisive sul campo ma la legge approdata alla Camera appare come un rafforzativo di quanto previsto dal "codice etico" del giornalista e

le trasmissioni suddette avrebbero dovuto già subire la scure dell'OdG, anziché attendere che una legge dello Stato le punisca (e duramente). Per quanto riguarda, poi, l'intercettazione telefonica, dovrebbe essere utilizzata dalla stampa solo se di rilevanza penale e soprattutto se contenga l'elemento dell'utilità pubblica. Altrimenti, ci sarebbe uno sconfinamento nel "gossip" che non ha nulla a che vedere con il giornalismo "puro". Per di più, bisognerebbe evitare che certe intercettazioni siano usate solo per colpire i destinatari dei "pezzi", soprattutto se politici. Quello che, però, mi rende perplesso è che occorra una legge che fissi dei parametri di "buon senso" attraverso sanzioni penali in caso di violazione (anche se è stato presentato un emendamento del PD per tutelare il diritto di cronaca). Basterebbe, infatti, un maggiore controllo dell'OdG sui propri iscritti e soprattutto sulle testate giornalistiche che ne fanno uso senza che abbiano una vera finalità pubblica.

Il governo regionale di Rosario Crocetta è al capolinea. Il Presidente della Regione siciliana è ormai solo contro tutti e la strada delle dimissioni è l'unica percorribile, anche perché gli onorevoli di Palazzo dei Normanni non ne vogliono sapere di fare da sé e perdere così la poltrona in cui sono comodamente seduti (ecco perché stimo la scelta del coraggioso Fabrizio Ferrandelli). Quello che si sta concludendo è stato un esecutivo che non ha portato a nulla, congelato sia per le posizioni rivoluzionarie solo sulla carta di chi lo ha retto sia per la spaccatura costante con la maggioranza parlamentare, specialmente tra l'ex sindaco di Gela e il Partito Democratico. Per il bene della Sicilia, quest'esperienza sarebbe dovuta terminare da tempo e avremmo già dovuto votare per un altro inquilino a Palazzo d'Orleans e per un'altra Assemblea Regionale Siciliana. Quest'immobilismo mi ha seccato. Eppure, stiamo "vivendo" una situazione paradossale che ha per protagonista un'intercettazione che, fino a questo momento, purtroppo, ha

molto di "gossip" e poco di "giornalismo". Premetto il dispiacere, da giornalista, per quanto sta accadendo, soprattutto perché uno dei due colleghi coinvolti è Maurizio Zoppi, un amico con cui ho condiviso un'esperienza professionale e iniziatica indimenticabile a BlogSicilia, a cui esprimo vicinanza. La richiesta dei legali di Crocetta, infatti, fa paura: 10 milioni di euro rappresentano una somma imponente. Ecco perché, se l'Espresso ha con sé una prova concreta che motivi la scelta editoriale di pubblicare quest'articolo, è adesso il momento giusto per renderla pubblica. Innanzitutto, per una questione di rispetto nei confronti del lettore, il destinatario principe dell'attività del giornalista, a cui bisogna assicurare il diritto di avere appreso un'informazione che si basa sulla "verità sostanziale dei fatti". Poi, per tutela verso il giornalismo siciliano, in quanto non possono ricadere su di esso i sospetti che possa essere uno strumento "politico" e non di servizio pubblico, e perché ora ci saranno delle ripercussioni in tribunale. Riflettendo, infatti, senza…

"Al Cern di Ginevra, l'Europa che ci piace, l'Europa che funziona". Così su Twitter il premier Matteo Renzi. E sui social network è subito scattato un moto veemente e scioccato (esempio ReteViola) con cui si rimprovera al Presidente del Consiglio dei Ministri di non sapere che la Svizzera non faccia parte dell'Unione Europea. Tuttavia, Renzi non ha commesso alcun errore. In primo luogo, il premier non ha parlato di UE ma di Europa e del Vecchio Continente, piaccia o non piaccia, fa parte anche la neutrale e tanto odiata perché invidiata Svizzera. In secondo luogo, la Svizzera, seppur non nell'UE, ha firmato gli accordi di Schengen nel 2004 che, per quanto riguarda Berna

& dintorni, sono entrati in vigore nel 2008. Inoltre, il Cern è il Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare, la cui direttrice - tra le altre cose - è l'italiana Fabiola Giannotti. Infine, il tweet incriminato di Renzi rimanda a uno status su Facebook in cui non si parla affatto di Unione Europea: Oggi con Fabiola Gianotti nel cuore dell'Europa che funziona, al Cern di Ginevra.Il futuro del nostro continente è... Posted by Matteo Renzi on Martedì 7 luglio 2015 Detto ciò, se proprio si vuole leggere qualcosa di politico nell'affermazione di Renzi, si potrebbe perfino azzardare una non velata critica all'Unione Europea perché, paradossalmente, l'unica Europa che funziona si trova al di fuori di essa.

Premettendo che non possono essere solo alcune le Regioni d'Italia a sobbarcarsi il peso dell'accoglienza (soprattutto la Sicilia e il Lazio), piaccia o non piaccia, il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ha avuto il coraggio di alzare la voce su un problema che chiamarlo emergenza non è più un termine da usare per gli articoli sensazionalistici dei giornali e per i discorsi propagandistici dei politici. Tuttavia, bisognerebbe spostare l'azione della protesta non tanto verso Roma quanto verso Strasburgo. Innanzitutto, ho ascoltato dichiarazioni eccessivamente perbeniste di alcuni onorevoli della maggioranza di governo, per cui l'Italia deve dare il buon esempio affinché l'Unione Europea possa incidere su tutti i Paesi Membri per l'accettazione delle quote di migranti da accogliere. Sinceramente, non capisco. Come può un tentativo di riordine interno dell'emergenza che dovrebbe riguardare tutto il Vecchio Continente spingere Regno Unito e Austria (due Paesi a caso) ad accettare un tot numero di migranti nel proprio territorio? No, occorre alzare la voce e

non farlo solo tra italiani, mettendo in atto uno scontro tra i poteri centrali e locali che non porterà a nulla di positivo, se non accentuare lo squilibrio tra Nord e Sud. Occorre che Renzi & Co. sbattano i pugni sul tavolo attorno al quale fare sedere tutti gli altri Paesi membri e dire: "Cari Signori, non basta - con colpevole ritardo - che inviate le vostre navi nelle acque territoriali libiche per salvare la pelle ai disperati; serve che ci aiutate nell'accoglienza; siamo o non siamo un'Unione? Oppure lo siamo solo nei diritti (?) ma separati nei doveri? O si risolve insieme l'emergenza in tutte le sue fasi, oppure è stato un piacere". Ma è chiaro che non abbiamo il coraggio di minacciare, perché è troppo forte il bisogno economico di restare ancorati al carrozzone di Strasburgo. In pratica, siamo di fronte ad una situazione in cui Roma fa la forte con i più deboli ma è debole con…