Premettendo che non possono essere solo alcune le Regioni d'Italia a sobbarcarsi il peso dell'accoglienza (soprattutto la Sicilia e il Lazio), piaccia o non piaccia, il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, ha avuto il coraggio di alzare la voce su un problema che chiamarlo emergenza non è più un termine da usare per gli articoli sensazionalistici dei giornali e per i discorsi propagandistici dei politici. Tuttavia, bisognerebbe spostare l'azione della protesta non tanto verso Roma quanto verso Strasburgo. Innanzitutto, ho ascoltato dichiarazioni eccessivamente perbeniste di alcuni onorevoli della maggioranza di governo, per cui l'Italia deve dare il buon esempio affinché l'Unione Europea possa incidere su tutti i Paesi Membri per l'accettazione delle quote di migranti da accogliere. Sinceramente, non capisco. Come può un tentativo di riordine interno dell'emergenza che dovrebbe riguardare tutto il Vecchio Continente spingere Regno Unito e Austria (due Paesi a caso) ad accettare un tot numero di migranti nel proprio territorio? No, occorre alzare la voce e

non farlo solo tra italiani, mettendo in atto uno scontro tra i poteri centrali e locali che non porterà a nulla di positivo, se non accentuare lo squilibrio tra Nord e Sud. Occorre che Renzi & Co. sbattano i pugni sul tavolo attorno al quale fare sedere tutti gli altri Paesi membri e dire: "Cari Signori, non basta - con colpevole ritardo - che inviate le vostre navi nelle acque territoriali libiche per salvare la pelle ai disperati; serve che ci aiutate nell'accoglienza; siamo o non siamo un'Unione? Oppure lo siamo solo nei diritti (?) ma separati nei doveri? O si risolve insieme l'emergenza in tutte le sue fasi, oppure è stato un piacere". Ma è chiaro che non abbiamo il coraggio di minacciare, perché è troppo forte il bisogno economico di restare ancorati al carrozzone di Strasburgo. In pratica, siamo di fronte ad una situazione in cui Roma fa la forte con i più deboli ma è debole con…

Fateci caso. Ogni qual volta sappiamo che un evento significativo sta per accadere davanti ai nostri occhi, prendiamo dalla tasca o dalla borsa lo smartphone o il tablet per scattare una foto. Abbiamo, infatti, il bisogno epidermico di immortalarlo e magari condividerlo sui social network per comunicare agli altri: "io c'ero". Eppure, non comprendiamo che stiamo commettendo l'errore più grande: stiamo togliendo la sostanza all'attimo, permettendo soltanto al mezzo di raccontarcelo. Sì, perché così facendo, non stiamo vivendo così come merita l'emozione per il calcio di rigore assegnato alla nostra squadra del cuore quando

siamo allo stadio o finanche per il Papa che ci sta passando davanti (l'esempio è la foto scelta per il post), diventando schiavi dell'immagine da catturare e da condividere con gli altri. Perché una foto, anche la più bella tra tutte, non potrà mai sostituire l'effetto che provoca all'animo un grande evento che sta capitando davanti a noi. Non abbiate, quindi, la mania di fotografare un avvenimento nello stesso momento in cui sta accadendo. Non fatevelo raccontare dal vostro smartphone. Godetevelo liberamente, con i vostri occhi (qualcun altro scatterà una foto al posto vostro).

Non c'è solo, purtroppo, il ragazzo intervistato dal giornalista di TgCom, che ha fatto infuriare la rete ma ci sono anche altri casi, soprattutto su Facebook, che dimostrano la presenza di anomalie nella società, potenzialmente pericolose. Ne ho dovuto subire una ieri poco dopo aver pubblicato questo status sul mio profilo:   Un tizio, che a quanto pare - come confessato da lui stesso - si occupa anche di giovani autistici,

ha dapprima replicato con "sono felicemente complice", dopodiché ha pubblicato una serie di status e immagini con cui ha giustificato e minimizzato quanto accaduto ieri a Milano. Spinto dal disgusto per ciò che ho letto, ho deciso di condividere quello che è riuscito ad affermare questa persona (ho naturalmente omesso il nome e la faccia ma chi mi segue su Facebook sa di chi sto parlando...):

Ormai è diventata una consuetudine. Ogni qual volta c'è una finanziaria regionale alle porte, gli ex PIP minacciano di bloccare Palermo per farsi ascoltare dai Palazzi d'Orleans e dei Normanni, rispettivamente sedi della Presidenza e dell'Assemblea Regionale Siciliana. Lo scopo è sempre lo stesso: la salvaguardia della propria posizione lavorativa e, quindi, del proprio salario. Non importa, insomma, quale debba essere la fonte da cui attingere per garantire la sussistenza al bacino degli ex Pip, basta che si trovino i soldi e la minaccia è, anche in questo caso, la solita: creare tensione, rendere la vita difficile agli altri palermitani. Ma c'è un ricatto ancora più subdolo, contro il quale la classe politica siciliana non può fare nulla

perché non può farne a meno: il voto. Già. Qual è quel politico che, soprattutto in relazione a un 2015 che potrebbe "regalare" l'accoppiata elezioni comunali/elezioni regionali, rinuncia ai tanti consensi che si possono ottenere nel dire di sì, senza se e senza ma, agli ex PIP e compagnia bella? Perché, dietro ad ogni singolo lavoratore, ci sono famiglie, parenti e amici. Gli ex PIP (creatura vorace della politica) lo sanno e agiscono puntualissimi quando è il momento della spartizione dei soldi pubblici, con buona pace del fine che un'amministrazione dovrebbe avere: il perseguimento del bene comune. Poi, però, non lamentiamoci se paghiamo la TARI ma l'immondizia è a un palmo di naso. Foto da LiveSicilia.it